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Storytelling: un vaso di fiori finti?

Lo storytelling – strumento sempre più prezioso per chi voglia fare branding – è l’arte (o tecnica, piuttosto) di saper raccontare una storia, una senzazione, un’emozione; la capacità di rendere fruibile all’esterno un ricordo, un sogno, una visione.

I consumatori diventano ascoltatori, da meri fruitori divengono parte del racconto stesso. Un po’ come se loro stessi fossero i co-protagonisti. E da lì le emozioni vengono condivise, vissute assieme sulla propria pelle e chi racconta diventa anche un po’ noi. O noi diventiamo come il narratore. Quasi come se.

Ma quand’è che lo storytelling è diventato sinonimo di copy dei Baci Perugina?

È ben noto come in tempi di crisi politica, economica, sociale l’uomo abbia necessità di sfuggire alla crudezza della realtà quotidiana rifugiandosi in un locus amoenus. Tutta la retorica della nostalgia, della memoria, del fanciullino, dell’età dell’oro e del buon selvaggio lo insegnano.

Tutto ciò è perfettamente normale e umano, troppo umano.

Il problema è quando questo locus amoenus viene a essere il Giardino di Armida.

Quando lo storytelling è diventato ammaliamento e spacciatore di finzione? Ma soprattutto: perché non possiamo fare storytelling di verità? La verità e moltpelice e mai uguale a se stessa: la verità di un’emozione, la verità di un concetto, la verità della vita vera vista senza filtri. Ognuno di noi può volere quel sogno di una relativa verità. Così effimera e così concreta, così onirica e così cruda. Quando la voglia di rifugiarci nel regno della libertà e della fuga del pensiero ha significato mettere un filtro opacizzante sui nostri occhi che appiattisce e omologa tutto quello che abbiamo davanti e tutto questo si trasforma nell’esatto opposto della libertà, tanto da ritrovarci prigionieri come Rinaldo in un hortus conclusus. Quanto può essere più potente uno storytelling dell’autentico rispetto a una pallida imitazione di ciò che realmente è? Probabilmente si arriverà a un livello tale di saturazione del posticcio che creerà una nuova esigenza di realismo. Perché la storia insegna questo. Ma non posso fare a meno di chiedermi:

quando la bellezza è diventata un vaso di fiori finti e non una rosa reca i segni del sole e del vento?

 

 

 

 

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