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Snapchat e l’anti-storicizzazione

Non so se avete già sentito parlare dell’app Snapchat che sta spopolando Oltreoceano. In pratica, si tratta di una sorta di Whatsapp con messaggi che si autodsitruggono dopo qualche secondo come nei migliori film d’azione. Ebbene, a quanto pare i colossi Google e Facebook stanno facendo a gara per accaparrarselo (vi rimando a questa ottima analisi tecnica della questione: Snapchat: un’ipotesi su quanto potrebbe valere per Facebook).

È ormai un dato di fatto che la possibilità di iper-controllo delle informazioni reso disponibile dai social network sta portando a una sorta di burnout. Le relazioni sociali sono via via sempre più complesse e il confine tra pubblico/privato diviene ogni giorno sempre più labile. Non mi sto soltando riferendo alle ripercussioni drammatiche sulle relazioni sentimentali date dall’immediatezza della visualizzazione del messaggio nella chat di Whatsapp. Pensate piuttosto a come è sempre più difficile gestire i rapporti lavorativi (con colleghi, superiori, potenziali clienti e via dicendo) all’interno della propria rete di social network. Per quante impostazioni, limitazioni possiate impostare, Facebook metterà sempre qualcosa di voi in piazza. E se è già tutto sufficientemente complicato anche senza situazioni particolarmente “compromettenti”, le cose sono ancora più difficili per i teen. Con la mamma, la vicina di casa pettegola, la zia, il cugino di papà, il collega dello zio, la maestra delle elementari nella rete facebookiana, è venuta a cadere la bolla di rifugio, di privacy che la rete rappresentava fino a un paio di generazioni precedenti.

Non stupisce quindi il successo di Snapchat tra gli adolescenti.

Mi sono però interrogata sull’etica del meccanismo comunicativo di Snapchat. Rimane ovviamente legittimo e sacrosanto il diritto alla propria privacy e al poter essere se stessi, liberi da convezioni e relazioni sociali imposte dall’esterno, almeno in una piccola nicchia nella nostra vita. D’altra parte, stiamo assistendo in questo secolo non tanto a una ricerca di autenticità, quanto a un’insensata rincorsa alla negazione di quest’ultima.

Mi pare che il senso del limite, dell’educazione, della civile convivenza e del sapersi comportare con gli sconosciuti sia già stato dimenticato da un pezzo da tutti coloro che vivono il digitale come il far west dei rapporti umani. Il problema non riguarda soltanto i teenager, secondo la mia opinione, anzi. Siamo infatti in una fase storica in cui più si è adulti e più si cerca di sfuggire a se stessi. È l’anti-storicizzazione ciò che sempre più si rincorre. E ovviamente niente è più a-morale del non essere fedeli all’essere, vale a dire a se stessi. Essere che per sua natura non può non storicizzarsi; negare, cancellare il proprio flusso nella storia significa negare l’essere.

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