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Il nome delle cose

Recentemente mi è capitato di leggere un articolo di Annamaria Testa sul ‘dare un nome’, in cui afferma che ‘chiamare per nome qualcosa, qualcuno, significa conoscere e per certi versi possedere’.

È a partire da questa affermazione che vorrei fare qualche riflessione. Chiamare per nome una cosa – o una persona – significa riconoscerne lo statuto di ente esistente. Dare un nome significa riconoscere l’esistenza di un qualcosa, dire ‘sì, esiste ed è altro da me'; un altro che si configura come ente sussistente, la cui esistenza viene riconosciuta come autonoma rispetto a una massa indistinta di enti-non-enti per i quali non vi è alcuna essenza riconoscibile e riconosciuta. Avete mai riflettuto su quanta forza contenta l’atto di ‘chiamare per nome’? Il momento in cui un altro diventa Altro, la cui essenza ed esistenza si fanno avanti e affermano perentoriamente la propria presenza.

Dare un nome significa possedere? È l’atto di dominanza dell’io sulla realtà? Dare un nome significa circoscrivere, delimitare un altro (cosa, persona, ente). Significa cercare di ridurlo all’interno delle nostre categorie concettuali, farlo conoscibile e quindi farlo nostro. In questo senso sì, dare un nome significa possedere. Ma mi domando se non sia possibile un’altra dimensione del chiamare per nome. Chiamare per nome potrebbe invece configurarsi come una domanda dell’io sul mondo, un’esigenza di comprensione dell’altro e dell’inconosciuto. Una richiesta di avvicinamento. È a quel punto che l’altro può farsi avanti ed esigere a sua volta di divenire Altro. L’Altro che apre la propria essenza alla conoscibilità dell’io e che è Altro a sua volta.

Credo che in questo senso si possa sfuggire all’atto di dominanza e riduzione dell’ente. L’io che dà un nome e chiama per nome l’Altro ne riconosce l’essenza e l’esistenza, ma proprio perché si è messo in ascolto di un Altro che a sua volta si è reso conoscibile e riconoscibile.

 

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