eroe

Di comunicazione, archetipi, guerrieri

Colgo l’occasione per questa riflessione dallo spunto offerto dal nuovo spot Enel, basato sull’archetipo del “guerriero”.

Ci sono voluti secoli prima che l’occidente riuscisse ad affrancarsi dal concetto greco di kalòs kai agathòs: questa frase, il “bello e il buono” letteralmente, reca con sé il concetto per cui ciò che è buono deve essere necessariamente anche bello e viceversa. Concetto che ovviamente aveva un proprio senso peculiare nel contesto storico e sociale di riferimento, quello dell’antica Grecia appunto. Antica Grecia che come tutti sanno ha plasmato con le sue categorie di pensiero quello che poi è diventata la società occidentale. E l’idea che il bello in fondo non possa non essere anche buono e che il buono, se è veramente tale, in fondo deve essere pure bello ce la siamo portata dietro per parecchi secoli. Pensate anche soltanto alle fiabe che tutti noi conosciamo. La nostra occidentalissima repulsione per ciò che è brutto (=ciò che non riflette i canoni di bellezza di riferimento) ha più che altro a che vedere con l’idea che culturalmente è divenuta parte di noi che in fondo, ciò che è brutto ha in sé qualcosa di cattivo.

Tutto questo però è cambiato a un certo punto. Perlomeno in letteratura e in una qualche misura anche nell’arte qualche tempo dopo. Tutto è cambiato all’inizio del ’900. Quando l’eroe, il cavaliere senza macchia e senza paura, il “bello e buono” non era più il protagonista del romanzo. Al suo posto non c’era neppure il villain di turno, portato all’eccellenza – eroica – della sua genialità nel male. Nel ’900 il protagonista è l’anti-eroe: niente di speciale in realtà, non particolarmente coraggioso, non con il sorriso di un dio, non eccezionalmente brillante, non un campione di moralità. Un essere umano qualsiasi, semplicemente. Con tutte le sue ombre e qualche luce, con tutte le sue piccolezze, mancanze, meschinità e nevrosi. Senza nessun cavalierato da portare avanti. E no, non si tratta della storia di un piccolo hobbit che riesce a cambiare le sorti del mondo. Grandiosa è stata l’evoluzione compiuta da Tolkien: non è più un grande cavaliere a farsi eroe, ma proprio il più piccolo, il più umile, il più apparentemente insignificante. Nel ’900 si è andati ancora oltre: si è capito che non c’è proprio nessun eroe di cui parlare, ma solo di esseri umani, così profondamente anti-eroi ma così realmente verosimili. Faccio un nome per tutti: La coscienza di Zeno di Italo Svevo che avrete sicuramente tutti presente, ma fateci caso e noterete come l’anti-eroe sia l’asse portante di tutti i grandi racconti novecenteschi.

Ora stiamo assistendo a un’inversione: stiamo tornando ad avere bisogno dell’eroe, del guerriero. Abbiamo bisogno di riconoscerci in un archetipo irreale. Forse perché non siamo più in grado di accettare – o forse neppure ce ne rendiamo conto – il fatto di essere semplicemente umani. Così poco eroici, così poco guerrieri. Perché condurre la propria vita secondo un’etica della responsabilità accettando tutti i propri limiti non è sufficientemente “epico”. Abbiamo un disperato bisogno di sentirci parte del binomio kalòs kai agathòs perché siamo fagocitati dal terrore di non essere abbastanza (perfetti). Abbiamo bisogno di riconoscerci in un archetipo. Finto, artificioso e consolante, in quanto latore di un’identità che non sappiamo più trovare in noi stessi da noi stessi.

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