paradigma

Della necessità di un cambiamento paradigmatico

 

 

Stamani mi sono imbattuta in questo bell’articolo di Rudy Bandiera sul valore della collaborazione e contentente una forte critica all’esacerbata, forsennata competizione che inesorabilmente porta a schiacciare e prevaricare gli altri.

Vi lascio un paio dei passaggi più significativi.

Ci hanno convinti che siamo tutti meglio di tutti gli altri, ci hanno convinti che siamo migliori in qualcosa se non in molte cose.

[…]

Il Web ha amplificato tutto questo, rendendo quello che prima era una “corsa al Grande Fratello” una fatto normale: la guerra dei like, la micro-fama, la voglia di “farcela” senza sapere fare nulla, ma solo perchè ci hanno detto che DOBBIAMO farcela.

[…]

Dobbiamo iniziare a cambiare direzione, se vogliamo migliorare: dobbiamo iniziare a dire ai nostri ragazzi che il perdere con dignità è un valore, che il fallire non è morire e che senza i fallimenti non potremmo migliorare mai.

[…]

tentare di migliorare noi stessi e la nostra posizione è normale, lottare è normale, accanirsi e sentirsi migliori per partito preso no, non lo è.

 

L’analisi storico-sociologica a cui Rudy accenna porta a rintracciare nel capitalismo sfrenato il modello per cui si ha come unico parametro educativo il successo a ogni costo. Questo atteggiamento non è però il prodotto di questi ultimi anni segnati dall’assenza di “limiti morali”. Certo, il consumismo dissennato porta a non considerare più l’altro come l’Altro, ma come oggetto di consumo, uso e possesso. Riconoscere l’Altro come soggetto implica l’inapplicabilità di ogni possesso. Considerare l’altro, sia nella propria persona sia in quella degli altri uomini, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo, diceva Kant. Recuperare il kantismo – perlomeno nell’aspetto pratico della sua filosofia – è a mio avviso l’unica strada per porre un freno a un mondo che sostituisce i soggetti con gli oggetti.

Il modello educativo assolutizzante che pone come unici valori positivi il successo, il risultato, la prevaricazione, l’egotismo, a cui si faceva prima riferimento, non nasce però, dicevo, negli ultimi anni. In realtà si tratta di una visione ancora radicalmente positivista della storia, della società e, più in generale, del progresso umano. Se invece si considerasse la storia degli uomini secondo il modello kuhniano noteremmo che si tratta più di vincita / non vincita. Da un punto di vista dialettico, risulta comunque insoddisfacente porre l’accento su “anche il fallimento è bello, è un valore, è positivo, ecc.”. Questo perché si rimane comunque sull’asse che pone la vincita come valore fondamentale di riferimento e da lì si misura tutto il resto. Se invece cambiamo il paradigma di riferimento non avremo più i concetti di successo o fallimento, dal momento che in realtà non c’è nessuno che vince o perde alcunché.

 

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Un pensiero su “Della necessità di un cambiamento paradigmatico

  1. Lidal

    Kant… Mi ricordo la mia prof di filo che ci diceva esattamente questo, all’inizio della seconda liceo, avendo notato insofferenze varie che derivavano dalla richiesta di alcune sue colleghe di vederci ‘performanti’.

    Replica

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